“WHAT ABOUT ALICE ?” DI DANIELE SARTORI AL LIDO DI VENEZIA

Siamo lieti di comunicare che “WHAT ABOUT ALICE ?” del Regista Daniele Sartori sarà proiettato durante i giorni della 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica al Venice Film Meeting, martedì 3 settembre, ore 16, presso il Multisala Astra del Lido di Venezia.

Il videoart di Sartori, già selezionato all’ultimo Festival del Cinema Indipendente di Roma (RIFF Award 2013), a Sapere Aude | Circuito Off | 55ma Biennale d’Arte, installato presso gli spazi della 3D Gallery e di Remix-Art, è una reinterpretazione del testo di Carroll, un’irriverente versione dark di una Alice invecchiata e molto lontana del paese delle meraviglie. Il video, che inizialmente coinvolge lo spettatore con un breve clip del celebre racconto, si dispiega successivamente in quattro capitoli visivi inquietanti e dissacranti dell’icona dell’infanzia serena per eccellenza.

“WHAT ABOUT ALICE ?” è patrocinato dall’ Assessorato alle Attività Culturali del Comune di Venezia, distribuito da The Open Reel, sostenuto dal Centro Culturale Candiani e da CinemArte.

Recensione di Vincenzo Patanè [Critico Cinematografico]

L’Alice del titolo è ovviamente quella dei due celeberrimi romanzi di Lewis Carroll: Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie (1865) e Attraverso lo specchio (1872). Qui però Alice viene rivisitata e ricontestualizzata in termini del tutto nuovi. Infatti è una persona adulta (interpretata da una spiritosa Adolfina De Stefani) e le “meraviglie” in cui si imbatte sono ben diverse, più inquietanti, dal sapore gotico. Non esistendo un plot di base, il contenuto evidentemente non si presta a una lettura univoca ma al contrario invita ciascuno a una propria interpretazione personale. Dopo una breve cornice iniziale, ambientata in un contesto onirico – che riporta attraverso segnali forti, come la Regina o il Cappellaio, alle due Alici di Carroll – si dipanano quattro capitoli, impregnati da un gusto queer fortemente allusivo e trasgressivo:
# 1. rolling A. # 2. atomic A. # 3. A. loves datura # 4. A. escapes
Se un sottile fil rouge collega i quattro capitoli, ognuno presenta però caratteristiche stilistiche differenti, espresse anche attraverso effetti speciali, come se ciascuno fosse un’esperienza a sé. Nel primo capitolo vediamo Alice rotolare giù in un prato, in una caduta lunghissima, iterata più volte, da più punti di vista e splendidamente ripresa; una caduta che ricorda quella lenta e ponderata dell’Alice di Carroll che per rincorrere il Bianconiglio precipita in un tunnel che sembra non avere mai fine. Il secondo, sicuramente il più criptico, ci mostra due nudi maschili incappucciati distesi su un prato, deformati da effetti anamorfici, con un taglio che ricorda la pittura di Rubens. Nel terzo la nostra Alice odora dei bianchi fiori di datura, una pianta allucinogena, e per questo si perde in un mondo psichedelico, dai colori saturi e vividissimi. Nell’ultimo Alice fugge via, in una corsa che però sembra talora tornare sui suoi passi, contraddicendo quasi se stessa. What about Alice? rientra in una concezione di un cinema estremamente personale, fortemente legato a una visualità che schiaccia ed esclude ogni logica e ogni velleità narrativa. È dunque un’opera girata con entusiasmo e fantasia, sintomo di un cinema vitale e quasi debordante, che ha il pregio di non avere bisogno di grandi mezzi e che per questo è quanto mai libero. È un videoart che non chiede allo spettatore di pensare ma solo di lasciarsi andare nel gorgo straripante delle immagini, collegate da un montaggio spezzettato e da una musica d’ambiente straniante, che ricorda un po’ Brian Eno. Non rimane dunque che farsi trascinare dal ritmo adrenalinico e dalla sua visionarietà ricercata, dai marcati contrasti cromatici, in cui spicca il colore rosso (foulard, cappello, scarpe, calze, rossetto, anello, il pomodoro schiacciato più volte), inteso evidentemente in un’accezione di piena sensualità e di vitalismo. Il videoart stimola inoltre con ironia lo spettatore anche su un altro versante. La frase iniziale – A. is dead – se inizialmente fa nascere il sospetto che si parli di Alice, in realtà rimanda ad un’altra frase ben più famosa e densa: Art is dead, ossia “l’arte è morta”. Una morte preconizzata, tra gli altri, già da Hegel nel 1830, il quale così volle intendere la scomparsa di un’arte intesa fino ad allora come il canale privilegiato, se non l’unico, per esprimere dei contenuti essenziali per la società. In realtà, però, l’arte è ben lungi dall’essere morta, anzi; ora, mutata, propone una diversa comunicazione che spesso sfrutta una voluta contaminatio fra più espressioni artistiche, che così si arricchiscono a vicenda, e fra codici diversi, che si fanno dunque portavoce di nuovi significati. È il caso di What about Alice?, un’opera che in fin dei conti esalta quello che è pur sempre lo scopo primario della poesia e dell’arte tout court: stimolare la mente umana attraverso immagini. Proprio ciò che avviene qui, con l’esaltazione di un universo ludico ed erotico, segnato da momenti spiazzanti e dal significato ambiguo che intrigano lo spettatore.

Review by Vincenzo Patanè [Film Critic]

The Alice referred to in the title is obviously the girl of Carroll’s most famous works, Alice’s Adventures in Wonderland (1865) and Through the Looking Glass (1872). Yet here Alice comes to be revisited and reexamined in brand new ways. She is a grown-up woman now (a role amusingly performed by Adolfina De Stefani), introduced to a different sort of “Wonderland”, a more disturbing and goth-like type of Land. There is not a basic plot in this work and hence its content ought not to be interpreted in an indisputable manner. On the contrary, each viewer is requested to give his or her own personal interpretation. After a short introductory framework – set in a dreamlike background which brings back the two Carroll’s Alices through its strong signals, as the Queen or the Hatter – the work begins to assume a definite form by developing four chapters, which are permeated by a particularly allusive and transgressive queer taste:
# 1. rolling A. # 2. atomic A. # 3. A. loves datura # 4. A. escapes
Even if there is a thin red thread connecting these four chapters, each of them is marked by different stylistic features, expressed through special effects, as if each one represented an independent and separate experience. In the first chapter, Alice is seen tumbling down a meadow, in a long fall, which is beautifully shot several times during the work from different points of view. This fall cannot but resemble the slow and deliberate one the Carroll’s Alice pursued down the White Rabbit hole, falling in a tunnel she felt was never ending. In the second chapter, which is undoubtedly the most cryptic one, two naked hooded men are seen lying on a lawn, disfigured by such anamorphic effects resembling Rubens’ painting. In the third chapter, our Alice is seen smelling white datura flowers, an hallucinogenic plant, losing herself in a psychedelic world marked by intensely bright and saturated colors. In the end, in the last chapter, Alice runs away, yet escaping in such a way she comes to retrace her steps, and seemingly ends up contradicting herself. What about Alice? is part of a concept of a very personal cinema direction, strongly linked to such a visuality that overwhelms and excludes any logic and narrative ambition. It is a work produced with enthusiasm and creativity, symptom of a lively and overflowing film-making, whose advantage is that it does not need large production resources to determine its own actions, and has therefore more freedom to express itself. This is a videoart which does not ask the viewer to think, but just to let himself or herself go into the overflowing vortex of images connected by a fragmented editing and an alienating ambient music, somewhat resembling Brian Eno’s works. What the viewer can do, therefore, is to abandon himself or herself to the stirring rhythm of this work and its refined visionary character, marked by sharp color contrasts, where the red color notably stands out – it is the color of the scarf, of the hat, of the shoes, of the stockings, of the lipstick, of the ring, and of the tomato being squashed several times during the video. This color is clearly seen as a representation of full sensuality and vitality. What is more, this artistic video comes to stimulate the viewer on another different note. If the opening sentence – A. is dead – seems to make the viewer aware of what had happened to Alice, it actually refers to a more familiar and deeper expression: Art is dead. This is a death Hegel, among others, had already foretold in 1830, as he wanted to point out the disappearance of a type of art meant as the preferred channel, and might in fact be the only one possible, to express essential principles for society. Yet art is actually far from being dead at the present time. In fact, art is suggesting a different type of communication now, by changing its inner structures and often exploiting a deliberate contaminatio between ever developing different artistic expressions, which demonstrate the value of new deeper meanings. This is the case of What about Alice?, a work that ultimately enhances the actual primary purpose of poetry and art tout court: to stimulate the human mind through images. Which is exactly what happens here, through the celebration of a playful and erotic universe, marked by extremely intriguing moments, however puzzling they might be.

W.a.A ?

Videoart | Italia, 2012 | 7′ col. | Director Daniele Sartori | Screenplay Daniele Sartori | Editing Daniele Sartori | Photography Damiano Bertazzo | Music L.I.V. | Sound Enrico Lenarduzzi | Performers Adolfina De Stefani, Family Morton, Erik Strauss, Donato Ceron, Mark Fabrique | Production Lost In Vauxhall | Distribution “The Open Reel”

Link to “What about Alice ? ” Official site

:: “DORIS ORTIZ” | di Daniele Sartori | al CineVillage – PADOVA PRIDE VILLAGE 2012 # 25.8.012 – h. 21.30

SABATO 25 AGOSTO 2012  – H 21.30 | CINEVILLAGE – PADOVA PRIDE VILLAGE

Trama: “Nella notte la città è sconvolta dalla scia di sangue che il Ministro, all’inseguimento di due clown surreali, lascia dietro di sé. Il politico ha perso ogni contatto con la realtà e la sua corsa delirante terminerà in una zona industriale semideserta dove la pregiudicata Doris Ortiz gestisce un piccolo bar. La donna s’innamorerà fatalmente di lui. All’alba una telecamera di sicurezza svelerà alla Nazione l’epilogo della folle vicenda.”  

Recensione a cura di Adriano De Grandis: Ho visto “Doris Ortiz” di Daniele Sartori e mi ha colpito l’estrema cura del dettaglio, lo sforzo adrenalinico del montaggio, il tentativo di far fluire la storia unicamente dalle immagini. La struttura decisamente antinarrativa consente di interpretare la vicenda strada facendo, in un’atmosfera da b-movie ’80 dai contrasti violenti e dalle accelerazioni visive. Non mancano certe inquadrature notturne care al noir, una configurazione estetica di parossismo violento ed erotico, uno smembramento dell’inquadratura in un’altra immediatamente successiva. I personaggi si rivelano per quello che sono, forse un po’ chiusi nella loro rappresentatività evidente, ma capaci di attraversare la breve storia con una presenza significativa e quasi dolente. Il tutto resta saldato in un gioco provocatorio pieno di mistero e ambiguità, tinteggiato anche da una musica ossessiva. Un film lungo uno shock continuo, capace di destare allo spettatore interesse e forse anche disagio, in una visione che non lascia mai indifferenti. Esattamente agli antipodi del lavoro precedente (“L’appuntamento”), “Doris Ortiz” svela la natura eclettica di un regista che dimostra di essere a suo agio con materiali ustionanti.

“…venti minuti di allucinazione, un montaggio che non da tregua, una visione volutamente disturbante che non lascia scampo. Come sempre bravissimi Pizzalis e Giuseppe Sartori….un cortometraggio d’autore difficile da dimenticare.”

– Nicola Rubini –

Venezia – “Doris Ortiz” è un’opera contaminata da elementi tipici della video-art. I personaggi, in un lungo videoclip, sono come pop-star che auto alimentano la storia con le loro immagini in un insieme di visioni di moda e di potenziali stili d’ispirazione queer-culture. Gli attori stessi sono simboli significanti dell’attuale panorama artistico Italiano. Oltre a Guido Laurjini, Paola Perfetti, Giuseppe Sartori e Andrea Pizzalis, “Doris Ortiz” fissa le performace di artisti quali Principe Maurice, Tina Sputnik, Donato Ceron, Adolfina De Stefani, Antonello Mantovani e la splendida voce di Loredana Forleo. Cristina Gori e Alessandro Cardinale, art-makers, hanno realizzato gli stills e la grafica del poster, creando una “confezione” autoriale con vita ed interesse artistico autonomo. Tutti gli abiti provengono da Berlino e il lungo tubino rosso di Paola Perfetti, omaggio a Divine in Pink Flamingos, è stato realizzato da Mauro Tuveri. Suo è il trucco dei clowns, e di Magazzino Moderno sono i Pop Jewels che indossa Doris nelle scene girate all’Altro Verdi. Flavio Zattera e la sua fotografia anni ’80, Marco Zanelli con le sue riprese, Enrico Lenarduzzi al suono, Marina Penzo con le musiche, Anna Lazzarini e Mauro Tuveri assistenti di set e truccatori, Salvatore Andolfi, Damiano Bertazzo e Paolo Simone, il produttore senza il quale questo lavoro non esisterebbe, gli amici di sempre e gli insostituibili artisti che mi accompagnano in L.I.V. Project, hanno contribuito a rendere “Doris Ortiz” uno short – film alternativo che attraversa diagonalmente più territori d’immagine e differenti linguaggi creativi. Di questo film ciò che amo maggiormente è la sensazione spiacevole che lascia. Il suo caos concettuale mi sbalordisce e mi attrae al tempo stesso. Considero Doris un’affascinante operazione d’immagine creativa….la sento più vicina a un quadro, a un’installazione, a una scultura…”

Daniele Sartori ©

 VENEZIA – Nella scena cinematografica indipendente, è uno dei registi emergenti più talentuosi. Scrive, dirige e post-produce, Daniele Sartori, che mercoledì presenta alla Casa del Cinema  di Venezia (ore 17.00, San Stae) i suoi due cortometraggi, L’appuntamento e Doris Ortiz.

Veneziano di origine, vive a Mestre, diplomato all’Accademia Teatrale Veneta «ma troppo schivo per reggere il palcoscenico», ammette sorridendo. Tutto il resto Daniele Sartori l’ha messo da autodidatta, «perché credo che bisogna sempre darsi una possibilità per fare arte». Ha messo insieme una crew tra fotografi e operatori di tutto rispetto. E ha utilizzato tutta la sensibilità e le sfumature di uno che si occupa di malati di Alzheimer, e ne conosce lo smarrimento. Perché questo in realtà è il suo lavoro, di cui Sartori parla con molta delicatezza. E nei cortometraggi tesse con abilità trame psicologiche dense e precise, là dove ci sono solo zone d’ombra.Per L’appuntamento, girato nel 2010 a Venezia, nel Palazzo Papadopoli, al Festival Omovies di Napoli si è portato a casa sei premi. Ha girato decine di festival indipendenti, «ha pure un doppiaggio in russo e dei sottotitoli in cinese», se la ride il regista.  Comunque, è tra i più cliccati in internet nella piattaforma ‘Queer Frame’ ed è stato ora acquisto da Atlantide Entertainment.
L’ultimo cortometraggio, Doris Ortiz, sarà mandato in streaming gratuitamente, dal 12 al 22 aprile, da uno dei distributori on-line più importanti a livello internazionale, il MUBI. E il 13 aprile sarà in concorso all’importante Rome Indipendent Film Fest. Realizzato come un veloce b-movie anni ’80, tutto notturno, «attingendo dalla videoart e dai manga, giocando tra noir e splatter», spiega Sartori, è stato girato nelle zone industriali di Marghera e Padova. «Luoghi di grande fascino e molto adatti al ritmo velocissimo del corto – racconta –  E comunque, tutta questa zona metropolitana vive un suo fermento. Mi è piaciuto molto discutere di questo lavoro con personaggi come il principe Maurice, Adolfina de Stefani, Gori&Cardinale che poi mi hanno fatto la locandina. Così come per l’altro corto, ho avuto vicino una fotografa come Marta Buso e la supervisione di un regista come Ivan Stefanutti».
In Doris Ortiz molte scene di interni sono girate al Bar ‘L’altro Verdi’, a Mestre. Questo caffé, che fa angolo tra via Circonvallazione e via Verdi appunto, dopo alterne vicende di fortuna e degrado, ora è uno dei locali più affollati e più cool della città. Nel film si riconoscono le pareti rosso fuoco, l’angolo con una credenza anni ’60, una vecchia macchina da scrivere. Il regista veneziano è riuscito a coinvolgere nel corto anche Giuseppe Sartori e Andrea Pizzalis, attori culto di Ricci/Forte, star della scena teatrale italiana.
«Mi piacciono le contaminazioni – dice Daniele Sartori – Il mio sogno ora è fare tre copie di un film in blu-ray, ad altissima definizione e destinarle a una galleria d’arte». Si ferma un attimo: «è troppo?».

Fabio Bozzato – Corriere del Veneto -Corriere della Sera ©

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